Dietro le quinte di “Sull’orlo dell’abisso”

Qualcuno mi ha domandato come ho preparato questo romanzo. È stato un lungo viaggio, svolto tra il 2018 e il 2019: a volte sofferto, altre faticoso, sempre interessante e istruttivo. In questo articolo ve ne racconto qualche tappa.

Nello scrivere, io sento una grande responsabilità verso il lettore, perché un romanzo non è mai soltanto una storia. Dato che trasporto il lettore in un contesto storico, geografico, culturale che non è il suo abituale, vorrei che, se lo conosce, vi ritrovi elementi che gli sono familiari. Al contrario, se non lo conosce o lo conosce poco, ritengo giusto che gli sia raccontato con rispetto per la realtà. Credo, quindi, che l’attenzione alla rappresentazione del contesto sia un dovere verso il lettore. Finzione sì, finché si vuole, ma inserita in una ambientazione autentica e riconoscibile come tale.

Per come la vedo io, questo impegno non è sufficiente a fare di un romanzo un buon romanzo, ma la sua mancanza ne produce sicuramente uno cattivo.

Proprio per questa responsabilità che mi sento addosso, scrivere Sull’orlo dell’abisso ha rappresentato per me una sfida enorme: è ambientato a Roma, che avevo visitato solo da turista; parla estesamente di violenza di genere, la cui conoscenza mi derivava solo da giornali e notiziari; è un viaggio nei recessi scarsamente accessibili della psiche umana, e io non sono uno specialista di questo campo.

Spoiler alert: questo articolo non svela la trama del romanzo, tuttavia fornisce alcuni indizi che potreste desiderare non conoscere, se avete intenzione di leggerlo.

Internet

Internet offre una finestra sul mondo virtualmente illimitata. Si possono verificare fatti storici, trovare informazioni su veicoli o dispositivi che non esistono più, esplorare quasi tutti i luoghi con mappe interattive.

I miei giovani protagonisti arrivano a Roma il 25 giugno del 1977. Un anno – come tutti i Settanta – caratterizzato dalla forte contrapposizione politica e sociale.

In questa scena, che si svolge davanti alla Stazione Termini, ho scelto di rappresentare una delle molte facce del femminismo militante: quella di un gruppo di donne che si batte per la libertà di scelta sull’aborto.

Tra queste donne c’è Simonetta, la madre di Alberto, che sta urlando in un megafono:

«Vogliamo la verità sulla morte di Giorgiana Masi!»

Un particolare che ha proprio lo scopo di raccontare al lettore la durezza di quegli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Giorgiana, infatti, era una studentessa neanche ventenne, uccisa circa un mese prima proprio durante una manifestazione, in circostanze mai chiarite.

Mentre cercavo immagini di cortei, mi sono imbattuto nella foto in cui in un gruppo di donne anziane sfila per chiedere al governo risposte sugli oltre 60.000 dispersi in Russia quasi trent’anni prima, immagine che ispira il breve commento di Alberto al capitolo 26:

«Stanno ancora aspettando di sapere che cosa ne è stato dei loro mariti e dei loro figli, scomparsi in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale.»

A volte è il caso che ci offre dei suggerimenti, basta saperli cogliere…

Nello stesso capitolo, incontriamo per la prima volta Piazza Vittorio Emanuele II, la più grande di Roma, che i romani chiamano semplicemente Piazza Vittorio.

All’epoca era occupata da un mercato, di cui potete vedere qualche fotogramma anche in Ladri di biciclette, il capolavoro di Vittorio De Sica. È sempre Wikipedia a raccontarci che era prassi, per i venditori di polli, offrirli ai clienti ancora vivi. Fatto che, qualche capitolo dopo, turba Laura, milanese di origini borghesi e non avvezza a un contesto simile:

«Un bel pollo, regazzina.»
«È vivo!»
«Avoja! Così stai sicura ch’è fresco.»
«Non riuscirei mai a ucciderlo.»
«Mo rimediamo subito.»
«No!»

Come avete intuito, mentre scrivo un romanzo ho sempre a portata di mouse il browser, che mi consente di navigare su internet e scovare piccoli particolari come questo, che credo aggiungano sapore alla narrazione.

Internet, però, da sola non basta.

Saggistica

Certi temi importanti richiedono un quadro più completo e approfondito, che raramente troviamo online. La saggistica viene in nostro soccorso.

Preparando Sull’orlo dell’abisso, avevo la necessità di uno sguardo ravvicinato sul mondo della violenza di genere e i libri mi hanno aiutato ad acquisire più consapevolezza del fenomeno. Ho studiato Stupro, di Joanna Burke; Donne che amano troppo, di Robin Norwood; Il male che si deve raccontare, di Simonetta Agnello Hornby.

Con tante ragazze e donne tra i protagonisti e co-protagonisti del romanzo, per accostarmi al “femminile” mi è stato molto utile anche il bellissimo Cosa pensano le ragazze, di Concita De Gregorio.

Poi, trattandosi di un thriller popolato da psichiatri e psicoterapeuti, a cui i protagonisti chiedono lumi per comprendere il collegamento tra psiche e comportamento, anche Devianze e violenze di Edoardo Giusti ed Elide Bianchi è stato prezioso.

Infine, i protagonisti fanno ipotesi sull’utilizzo dell’ipnosi, argomento di cui l’uomo della strada – me incluso – conosce poco, e quel poco è in gran parte frutto di informazioni errate e di pregiudizi.

Così, per colmare il gap, mi sono letto il corposo Manuale completo di ipnosi, di Felice Perussia, e Ipnosi e terapie ipnotiche di Nardone, Loriedo, Zeig e Watzlawick. Un estratto delle nozioni che ho appreso è quello raccontato dall’ipnoterapeuta nel capitolo 84, e la seduta in cui Federico viene ipnotizzato è costruita ricalcando le trascrizioni di sedute ipno-terapiche autentiche.

Ma anche i libri non mi bastavano…

Interviste

Parlare con persone che conoscono bene un determinato contesto, o che hanno vissuto una certa situazione, può restituirci un’immagine che non riusciremmo mai a costruire soltanto attraverso le letture. Non si tratta solamente di farsi raccontare delle “esperienze”, ma soprattutto di condividere emozioni, perché sono quest’ultime che rendono una narrazione viva e interessante.

Partiamo dal tema della violenza di genere, affrontato nel romanzo. Ho la fortuna di conoscere Paola Vigarani, Counselor e Mediatrice familiare, che si spende ogni giorno con professionalità e con passione per aiutare chi di questa violenza è vittima. Con grande generosità, Paola mi ha dedicato tanto del suo tempo, accompagnandomi in un lungo e sofferto viaggio fatto di racconti, immagini e testimonianze.

Il gruppo delle Fenici, che Paola segue e coordina, è composto da donne che hanno scelto di risorgere dalle proprie ceneri dopo le violenze subìte. Due di loro, Ylenia e Tiziana, hanno accettato di essere intervistate da me e di rivivere le proprie, traumatiche esperienze ancora una volta. Se i capitoli sullo stupro di Elisabeth hanno toccato le corde del vostro cuore, o se la situazione di Annalisa vi ha fatto riflettere, lo dobbiamo a loro.

Silvia Castelli, psicologa e collega di Paola, ha aggiunto un tassello importante: gli effetti che si sviluppano nei bambini la cui madre è vittima di violenza domestica e le modalità con cui questi si manifestano nel loro giocare e nel loro relazionarsi con gli altri. È grazie alle chiacchierate con lei che ho potuto raccontare gli strani e inquietanti giochi della piccola Gaia e i turbamenti che questi provocano nella giovane Sabrina.

Da questo mio confronto con Paola e Silvia, sul tema della violenza di genere, è nata anche un’intervista fatta a me, pubblicata sul sito di Venere50.

A Silvia Stefani, antropologa, devo un costruttivo scambio di idee sull’origine della violenza di genere nelle varie società, sui modelli di maschile e femminile che il nostro mondo occidentale ci propone, sulla profonda differenza tra le culture patriarcali e quelle matriarcali. In sintesi, buona parte delle considerazioni che i miei personaggi fanno nel capitolo 68.

Silvia e sua sorella Alice, inoltre, hanno condiviso con me i sentimenti e le emozioni che una ragazza può provare quando, molto giovane, si trova a vivere lontano dalla propria famiglia.

Ultime, ma non per importanza, le lunghe chiacchierate con l’amico Domenico Franco, architetto romano appassionato della propria città. Domenico mi ha raccontato molti aspetti della geografia sociale della capitale, al fine di scegliere assieme in quale zona ambientare il romanzo.

Poi, a stesura completata, ha verificato con meticolosa attenzione tutti i luoghi che avevo descritto, verificando eventuali incongruenze storiche e geografiche. E ce ne erano parecchie!

Verso tutte queste persone ho un debito di gratitudine immenso, il mio romanzo sarebbe stato molto diverso senza il loro aiuto.

Ricerche sul campo

Con Domenico avevamo deciso che il centro dell’azione, nel romanzo, sarebbe stato collocato nel rione Esquilino. Per quanto le descrizioni di Domenico fossero state accurate e ricche di spunti, e per quanto Internet abbondasse di immagini, sentivo la necessità di visitare personalmente la zona, di camminare sui marciapiedi che avrebbero calpestato i miei protagonisti. Così, accompagnato da mio figlio Sebastiano, sono andato là.

Il mio romanzo è ambientato nel 1977, mentre io mi sono recato all’Esquilino nel maggio del 2018, in un contesto sociale completamente differente, dato che da allora il rione è profondamente cambiato. Ma gli spazi, i volumi, la luce sono sempre quelli, così come la maggior parte degli edifici. Sono state belle sensazioni.

Inoltre, oggi l’Esquilino è estremamente multietnico, fatto che mi ispirato alcuni dei personaggi secondari: Fang, la ragazza cinese, e Samuel, studente del Camerun.

Nel colorito mondo di Piazza Vittorio ho visto un argentino regalare lezioni di tango ai passanti e un gruppo piuttosto eterogeneo di allievi cimentarsi con il Tai Chi, così anche quest’ultima disciplina è entrata nel romanzo.

L’Esquilino, però, non è l’unica zona di Roma menzionata nel romanzo. Una scena importante si svolge attorno al Ponte Cestio, uno degli accessi all’Isola Tiberina. Sotto di esso il Tevere scorre particolarmente veloce e in questa immagine si vede bene quanto sia vicina la barriera che ne regola le acque, ostacolo pericoloso per chi si sia tuffato da quel ponte.

Infine, ancora un incontro casuale. Mentre mi aggiravo senza meta per la capitale, semplicemente guardandomi attorno, sono incappato in una delle opere di Alice Pasquini, in arte Alicè, street artist piuttosto nota.

L’immagine della ragazza che aveva disegnato su una porta di ferro mi sembrava perfetta per chiudere la scena in cui Valentina, Elisabeth e Sabrina rientrano a casa, abbattute, dopo essersi confrontate con la psicologa che ha spiegato loro i meccanismi e le dimensioni del fenomeno della violenza di genere:

Camminando verso casa, senza una ragione precisa si fermarono tutte e tre davanti all’opera di un’abile artista di strada, dipinta sul portellone di ferro di una cantina. La ragazza che vi era raffigurata, giovane e bella, guardava verso il basso, con gli occhi socchiusi.
«Ha tutte le ragioni per essere triste» disse Elisabeth.
«Mancano solo le lacrime» aggiunse Sabrina.
«Io credo che le abbia finite» rispose Valentina.

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